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Biopolimeri

Albert Einstein era solito dire “dal disordine e dalla confusione cercate di tirare fuori la semplicità”.
Raramente si è assistito ad una situazione di tale caos come quello che caratterizza le discussioni sulle materie plastiche in questi ultimi tempi.
Confusione che in taluni casi è alimentata ad arte per trarne effimeri vantaggi di breve periodo, come ad esempio capita con quei prodotti che si fregiano di loghi ammiccanti all’eco-friendly potendo di fatto rivendicare solamente l’essere riciclabili… ovvero ammantando di novità e dando un valore etico ad una caratteristica da sempre propria della plastica.
Confusione che nella maggior parte dei casi rimane figlia di una “sana” mancanza di informazione, che sarebbe altresì molto facile colmare.
Basterebbero due semplici distinzioni: con la prima si dovrebbero differenziare le plastiche VERGINI dalle plastiche ottenute da RICICLO e con la seconda si potrebbero facilmente identificare le caratteristiche proprie dei vari materiali.

I tipi di plastica esistenti

Le PLASTICHE VERGINI si possono dividere tra biodegradabili e non biodegradabili (da destra verso sinistra) e tra plastiche ottenute dal petrolio e ottenute da fonti rinnovabili (dal basso verso l’alto)

Le quattro aree che si vengono così a delineare riassumono l’intero spettro delle plastiche disponibili; in particolare:

  • nel settore A trovano posto i 348 milioni di tonnellate di plastiche tradizionali prodotte ogni anno; quelle tanto bistrattate ma senza le quali non si potrebbe avere l’elettricità in casa perché non si avrebbero gli isolamenti e non sarebbe possibile avere il monitor sul quale si stanno visualizzando queste parole.
  • nel settore B è lo spazio dei polimeri “biobased”, ovvero plastiche del tutto uguali ad alcune tipologie di quelle presenti nel settore A ma il cui monomero è ottenuto da fonti rinnovabili come ad esempio l’olio di ricino. Ci sarebbe qui da valutare se sia opportuno destinare un ettaro di terreno alla coltura delle canne da zucchero necessarie per la produzione di 3.000 kg di politene, avendo come beneficio emissioni negative di CO2 in fase di produzione (la famosa Carbon Footprint), ma è al momento possibile soprassedere su questo dilemma etico in quanto la scarsissima disponibilità di questi materiali ne rende pressoché impossibile l’utilizzo per operazioni su larga scala in Europa (nel 2018 ne sono state prodotte 1.200.000 tonnellate e si prevede per i prossimi 5 anni un misero incremento di poco superiore al 10%*)
  • nei settori seguenti troviamo i materiali biodegradabili/compostabili che possono essere ottenuti dal mais, dalle patate eccetera in C e dal petrolio, in D.

L’illusione che è stata generata dall’errata comunicazione di questi ultimi tempi ha portato molti a ritenere che le plastiche tradizionali (settore A) possano essere sostituite dalle plastiche biodegradabili.

La cosa è di fatto impossibile per le differenti caratteristiche meccaniche, termiche, strutturali, estetiche e via di seguito di queste due tipologie di materie prime che non sono né sostitutive né complementari le une delle altre. Prova ne è il fatto che nei prossimi 5 anni si prevede un incremento della produzione delle plastiche compostabili di solamente il 41%, dalle 912.000 tonnellate prodotte nel 2018*; nulla se paragonate alle 348.000.000 tonnellate di plastiche tradizionali prodotte nel 2018 (che dovrebbero nell’immaginario comune sostituire!).

Le plastiche compostabili hanno la loro corretta coniugazione nella realizzazione di articoli usa e getta… anche qui a patto che trovino il loro fine vita in un composter industriale in quanto, se un bicchiere in PLA (giusto per citare un materiale che riempie le “pagine disinformate”) viene abbandonato nell’ambiente o viene gettato assieme alle plastiche tradizionali, non troverà la temperatura costante di 60°C, l’umidità controllata e l’apporto di opportuni microrganismi che ne permetteranno la biodegradazione in 6 mesi.

*fonte: European Bioplastics, nova-Institute (2018)

Da anni trasformiamo i principali biopolimeri quali Mater-Bi®, Estabio®, PLA impiegandoli anche in operazioni promozionali.
Per quanto riguarda le plastiche ottenute da RICICLO, il quadro risulta ancora più semplice: esiste un vivo mercato di materiale rigenerato; anche colossi della trasformazione si stanno gettando in questo che si prevede diventerà un florido business e con il passare del tempo una varietà sempre maggiore di differenti materiali e gradi è resa disponibile.

Le discriminanti per il successo di questo modo di essere veramente eco-friend sono 2:

  • la prima è adeguare una normativa vetusta, risalente al 1973, che proibisce l’impiego di plastica riciclata per la realizzazione di articoli destinati al contatto alimentare anche quando se ne dimostri con prove di laboratorio l’idoneità. Negli anni sono state apportate alla normativa una serie di deroghe per permettere ad esempio l’impiego del 50% di riciclato nella produzione di bottiglie di plastica, ma il regolamento europeo 282/2008 volto a regolamentare, permettendolo, l’uso di plastica riciclata a contatto con gli alimenti, in Italia non è ancora stato recepito.
  • la seconda è il riuscire a rendere economicamente conveniente l’utilizzo dei materiali provenienti da processi di recupero, non limitando il loro impiego ad una scelta etica.

Esempio concreto di questa evoluzione industriale è il lavoro di Ricerca & Sviluppo che ci ha portati al deposito di una domanda di brevetto volta a proteggere l’invenzione di un processo in grado di rendere economicamente sostenibile e tecnicamente performante, nello stampaggio ad iniezione, l’utilizzo del PET recuperato dalle bottiglie.
Se fino ad ora questo materiale vedeva infatti il suo impiego quasi esclusivo nella produzione di imballaggi ed in particolare di bottiglie per l’acqua
(ottenute con la tecnologia dello stiro-soffiaggio), questa invenzione ha dato al PET (e di conseguenza PET riciclato, detto rPET) una valenza sia in termini economici che in termini tecnico/meccanici/estetici che lo ha accreditato come materia prima idonea ad essere impiegata nella produzione di beni durevoli (attraverso, appunto, la tecnologia dell’iniezione).